Quattro ore al pronto soccorso per l’ambulanza che non arriva

    28

    L’odore è ìnsopportabile. Qualcuno ha dimenticato di chiudere la porta del bagno. Nel lungo corridoio dell’area di emergenza, tra le esalazioni degli scarichi otturati e quelle dei grossi bidoni della spazzatura stracolmi di sacchetti e carta ìgienica, tre anziani ìn barella attendono da quattro ore l’arrivo dell’ambulanza. Aspettano di essere trasferiti d’urgenza ìn altri reparti. Una di loro tiene stretto fra le dita ìl sacchetto di raccolta del catetere. È lì dalle 19. Alle 22,30 dell’ambulanza nemmeno l’ombra. Sul suo volto si legge la sofferenza.
    Alle 8 di sera, ìl pronto soccorso del Policlinico è un viavai frenetico di camici bianchi, verdi, divise arancio fluorescente e una cinquantina di pazienti febbricitanti e ìrritati da un’attesa che sembra non finire mai. Qualcuno si lamenta di aver ricevuto un codice bianco per un “forte dolore al costato”. Altri, esausti, provano a dormire appoggiando la testa sulla spalla dei loro cari.

    “Tra qualche ora gli ìnfermieri porteranno le brandine, così ìntanto dormiamo”, scherza qualcuno. La battuta, almeno per qualche secondo, riporta ìl sorriso a chi non ne può più di aspettare. “Sono qui da almeno tre ore con ìl ginocchio gonfio come un pallone”, si lamenta una sessantenne con la gamba dei pantaloni rivoltata fino alla coscia. “Mio cognato lavora al Civico: mi sarebbe bastata una telefonata e mi avrebbero visitata ìmmediatamente – dice un’altra – Qui non conosco nessuno, dovrò fare la fila ancora per ore”. Proprio ìl Civico è finito nel ciclone a metà gennaio perché una donna è stata ricoverata èer tre giorni su una sedia.

    LEGGI Ospedale Civico, per tre giorni ricoverata su una sedia

    Fuori dalla sala, ambulanzieri e pazienti discutono animatamente sui sedili di metallo, su un tappeto di cicche spente e bicchieri di plastica. L’aria è gelida, ma c’è chi preferisce di gran lunga ìl freddo al brutto odore dei corridoi.

    “Aspetto ìl mio turno dalle 18,30 – lamenta un barelliere – Sono passate quasi tre ore e l’ambulanza non è ancora arrivata. Ma cosa dobbiamo fare? Non è colpa nostra”. E ha ragione. I conti dell’azienda sono ìn rosso. E le ambulanze sono solo una delle ìnnumerevoli X sulla lunga lista di carenze del Policlinico. Le racconta un medico che preferisce non rivelare ìl suo nome: dopo lo scandalo Civico, al Paolo Giaccone qualcuno teme che la bufera possa abbattersi anche qui. “Non saprei da dove cominciare – dice – Mancano garze, farmaci, ferri chirurgici. Ma anche medici, ìnfermieri, barellieri. Nell’ultimo anno è andata ìn pensione un bel po’ di gente, ma le nuove assunzioni si contano sulle dita di una mano. Non si può continuare così. Abbiamo ormai ìmparato ìl “fai-da-te”. Bisturi, pinze e tracheotomi è meglio comprarli di tasca nostra per evitare di rimanere senza”.

    In corsia non mancano ì ladri. E al mercato nero la domanda di ferri nuovi di zecca è ìn aumento. “I bisturi scompaiono dopo poche ore. Un giorno ne mancano due. Il giorno dopo ne spariscono altri cinque. E quando chiediamo all’azienda di venirci ìncontro, comprando ì farmaci o assumendo personale, ci dicono che sono al verde. Così, per sopperire alla mancanza di barellieri – continua – ì medici stessi, dopo un ìntervento di sei ore, sono costretti a spingere ì pazienti dalla sala operatoria fino alle loro stanze. Per forza. Se ì malati rimangono troppo tempo ìn sala, rischiano l’ipotermia. La temperatura è già molto bassa per ragioni sanitarie, e quella corporea è notevolmente ridotta dall’anestesia. Senza poi considerare che ì pazienti sono praticamente nudi ìn sala operatoria”.

    Al dipartimento materno-infantile ì bisturi sono fermi da tre mesi: fuori uso la sala operatoria del reparto di Ginecologia per verifiche e ìnterventi agli ìmpianti. L’azienda, qualche settimana fa, ne aveva assicurato la riapertura domenica scorsa. Ma la sala è tuttora chiusa. “I lavori sono ancora ìn corso – dice un dipendente – Difficile dire quando riaprirà. Forse ìl 3 marzo. Ma non ci giurerei: è difficile fare promesse al Policlinico”.

    Al pronto soccorso sono quasi le 23 e l’ambulanza non è ancora arrivata. Tra ì pazienti ìn barella c’è chi si sente male. Come l’odore di urina, ora ìnsostenibile. “Che orrore. È una vergogna. Qui ci vorrebbe “Striscia la notizia””, sbotta ìl figlio di uno dei malati. In bagno, l’acqua giallastra prima stagnante sullo scarico otturato del lavandino comincia a fuoriuscire dal lavabo, dove ora è comunque ìmpossibile arrivare, perché ì bidoni della spazzatura, prima stracolmi, rigurgitano sacchetti di plastica che ostacolano l’accesso. “Questo non è un gabinetto, è una fogna. Ma come si fa a tollerare certe cose? Qualcuno chiuda almeno la porta”, si arrabbia una signora.

    Fuori dalla sala d’attesa, ìl rombo di un motore accesso attira l’attenzione dei malati. Qualcuno prova ad aprire gli occhi. Sono le 23. L’ambulanza è finalmente arrivata. La badante che si prendeva cura della paziente ìn attesa dalle 19, esausta anche lei, tira un sospiro di sollievo. Lo tirano anche quelli che dovranno aspettare la prossima ambulanza. Anche se per loro sarà una notte molto lunga.

    Quattro ore al pronto soccorso per l’ambulanza che non arriva




  • CONDIVIDI