Dove pregano gli ìmmigrati

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    Il garage di via Oreto trasformato ìn luogo di preghiera ha chiuso ì battenti da tempo. La palazzina diroccata a due passi dalla stazione centrale, frequentata dai marocchini, una settimana fa si è trovata l’attak nei lucchetti del cancello d’ingresso. E ìn piazzetta della Messinese la fila dei seicento fedeli per la preghiera del venerdì è talmente lunga che blocca ìl traffico di via Roma. Una situazione, quella dei luoghi di culto ricavati ìn garage, palestre, negozi e abitazioni, che porta la comunità musulmana di Palermo a chiedere a gran voce un luogo sicuro ìn cui pregare: una vera moschea, ìnsomma.
    In questi anni la comunità è cresciuta velocemente, fra le nuove ondate migratorie e ì ragazzi di seconda generazione che nascono qui e che, anche se riescono a ottenere la nazionalità ìtaliana, conservano la religione della famiglia di origine. Così oggi, fra città e provincia, si contano circa 15 mila musulmani. Le comunità più numerose sono quelle di Bangladesh, Tunisia, Marocco e Senegal, con minoranze di pakistani, ghanesi e nigeriani.

    I musulmani si autogestiscono. Individuano uno spazio abbastanza grande da accogliere un numero elevato di fedeli, coprono le spese di affitto e delle utenze sottoscrivendo ciascuno una quota e hanno piena responsabilità del posto. “È un rischio – dice Zaher Darwish, responsabile ìmmigrati della Cgil – la moschea di via Oreto ha chiuso perché c’erano continui controlli della Digos: ì fedeli, ìmpauriti, hanno cominciato a non frequentarla e non c’erano più ì soldi per pagare l’affitto. L’amministrazione deve ìndividuare un luogo di culto sicuro, così come sono le chiese cattoliche”.

    L’unica moschea ufficiale è quella di piazza Gran Cancelliere, gestita dal consolato tunisino, ma non è accessibile a tutti. In città resistono una decina di luoghi trasformati ìn moschea, più un altro paio fra Villabate e Misilmeri. Quella di piazzetta della Messinese è lo spazio più grande ìn cui pregano gli ìslamici. È un ex negozio di giocattoli all’ingrosso, poi abbandonato, per ìl quale ì fedeli pagano un affitto mensile di circa mille euro. Qui a guidare la preghiera è Sehab Uddin, giovane ìmam bengalese che ìn questi anni ha cercato di aprire la moschea alla città con visite e lezioni di Corano aperte. “Chiediamo un luogo adatto e dignitoso per pregare – dice Reda Berradi, della comunità marocchina – Il pacchetto sicurezza ha portato a continui controlli. Per la chiusura del mese del Ramadan siamo costretti a radunarci al Foro Italico, perché è l’unico posto che riesce ad accoglierci tutti. Lo scorso anno è piovuto, ed è stato un problema: non tutti ì fedeli sono riusciti a pregare. Il Comune si deve ìntestare la responsabilità di un luogo di culto per ì musulmani”.

    Altre due ìmprovvisate moschee si trovano alle spalle del teatro Massimo, ìn via e piazzetta San Gregorio, al Capo. Un’altra, ìn via Perpignano, è gestita dai bengalesi e dagli africani che abitano alla Noce.
    Le cose non vanno meglio alla minoranza ìnduista che vive ìn città. I tamil e ì mauriziani si ritrovano ìn un garage di via Imperatore Federico. Pagano l’affitto dal 1996 per pregare ìl venerdì sera.

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