Operazione “Vento di scirocco”, la santa alleanza tra clan catanesi e trapanesi: 15 arresti (ft e vd)

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Operazione “Vento di scirocco”, la santa alleanza tra clan catanesi e trapanesi: 15 arresti (ft e vd)
Operazione “Vento di scirocco”, la santa alleanza tra clan catanesi e trapanesi: 15 arresti (ft e vd)

Su delega della Procura distrettuale, i Carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale di Catania e la Guardia di finanza, Nucleo di polizia economico finanziaria, hanno dato esecuzione questa mattina, nelle province di Catania e Trapani, ad un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal G.i.p. del Tribunale di Catania, nei confronti di 23 persone (10 in carcere, 5 agli arresti domiciliari e 8 raggiunte da misure interdittive), alle quali vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere, estorsione in concorso, intestazione fittizia di beni, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, falsità commessa dal privato in atto pubblico, emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, occultamento o distruzione di scritture contabili, con l’aggravante di avere agito al fine di agevolare il clan mafioso “Mazzei” (cd. “carcagnusi”) e con il metodo mafioso.

Il
provvedimento trae origine da un’indagine, convenzionalmente denominata “Vento di scirocco”, condotta dal
settembre 2016 al dicembre 2017 dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di
Catania mediante intercettazioni, pedinamenti e controlli sul territorio,
ulteriormente riscontrati dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, e nel
corso della quale è stato possibile accertare la responsabilità degli indagati
in relazione alla loro appartenenza alla famiglia
mafiosa dei Mazzei (cd. Carcagnusi), storicamente affiliata a cosa nostra e operante nel
territorio della provincia di Catania.

Il
complesso delle attività di indagine sviluppate dai Carabinieri ha consentito
di definire inoltre la struttura, le posizioni di vertice e i ruoli degli
affiliati nell’ambito del predetto sodalizio malavitoso registrando, nel
contempo, frizioni nelle dinamiche relazionali all’interno della famiglia
mafiosa sia in relazione alla corretta gestione dei proventi derivanti dalle
attività illecite, sia per dirimere i contrasti venutisi a creare tra due
esponenti di spicco del sodalizio per assumere la leadership all’interno del clan.

In
particolare, l’indagine, avviata allo scopo di monitorare le attività della
famiglia “Mazzei” e del suo esponente
di spicco Angelo Privitera detto “scirocco”,
consentiva di individuare quale sede operativa del citato sodalizio l’esercizio
commerciale “Ideal carne”, gestito
dai fratelli Lo Re Luciano e Pietro, presso cui si incontravano tutti gli
elementi di spicco – tra i quali, il predetto Angelo Privitera, Carmelo Munzone, Carmelo
Pantalena,
Sergio Minnella e Claudio Loria – al fine di discutere delle dinamiche
criminali del gruppo mafioso, della gestione degli
affari illeciti derivanti dall’usura e dalle estorsioni, nonché della tensione venutasi
a creare in seno alla “famiglia” successivamente ai contrasti sorti tra Santo
Di Benedetto, detto “Santo u
panitteri
” e Mario Maugeri, detto “Mario
ammuttaporte”,
per il riconoscimento della leadership in seno al clan Mazzei.

Nel
medesimo contesto, i Carabinieri hanno altresì documentato il reimpiego dei
proventi delle attività illecite mediante l’intestazione fittizia della “World
games srl”
, società con
sede in Catania, operante nel settore delle scommesse on line e nell’attività di gestione, noleggio e assemblaggio di

apparecchiature elettroniche inerenti
i giochi. In particolare, Angelo
Privitera e Carmelo Pantalena attribuivano fittiziamente a Alessandro Lizzoli la
titolarità delle quote della predetta società, al fine di eludere le
disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali.

Nell’ambito
della medesima attività investigativa, si accertava un’estorsione posta in
essere da Angelo Privitera il quale, avvalendosi della capacità di intimidazione
derivante dalla sua appartenenza al clan mafioso “Mazzei”, per il tramite di Carmelo Munzone e Massimiliano Ponturo,
risolveva una controversia
di carattere economico insorta tra due soggetti dediti alla commissione di
truffe telematiche, facendosi corrispondere, per il suo intervento, la somma di 4.500 euro, utilizzata per
l’acquisto di una autovettura in favore del figlio.

Le attività
in parola hanno ulteriormenteconsentito di accertare che il clan Mazzei,
per il tramite di Angelo Privitera e Carmelo Munzone, aveva instaurato stabili
rapporti con imprenditori dediti alla gestione di depositi e impianti di
distribuzione di carburante coinvolti in operazioni finalizzate alle frodi
fiscali sui prodotti petroliferi, ed in particolare con Sergio
Leonardi, intervenendo, con la propria
capacità di condizionamento e di “mediazione”, lungo tutte le fasi della
filiera di approvvigionamento del prodotto, facendo leva anche sui rapporti con
soggetti appartenenti ad altre organizzazioni criminali operanti in diversi
contesti territoriali. Nello specifico, è emersa
l’instaurazione di rapporti con esponenti
della criminalità organizzata campana e con Francesco Burzotta, soggetto orbitante nell’ambiente mafioso di Mazara del Vallo,
il cui contributo è apparso essenziale per assicurare la stabilità degli
approvvigionamenti di carburante da parte del deposito mazarese della Pinta
Zottolo S.p.A.

Nell’ambito della medesima indagine, i
militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di
Catania sono stati delegati dall’Autorità giudiziaria a valorizzare il vasto
compendio indiziario acquisito per l’individuazione delle fattispecie penali
tributarie (emissione e utilizzo di
fatture “false”, omessa dichiarazione, distruzione e occultamento di
documentazione contabile, sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte
),
nonché per la contestazione di ipotesi di contrabbando
di prodotti petroliferi
immessi nel mercato nazionale in evasione d’imposta
(accise e Iva), perpetrato anche attraverso la produzione di documenti mendaci
bollati con timbro doganale contraffatto.

La Guardia di finanza ha così
accertato il meccanismo illecito posto in essere dagli indagati, noto come
“frode carosello all’Iva”, che si realizzava attraverso la partecipazione reale
e fittizia di più operatori commerciali che si frapponevano tra gli effettivi
venditori e acquirenti con l’esclusivo scopo di “capitalizzare” il mancato
versamento dell’ Iva. Il sodalizio criminale riusciva a
evadere il pagamento dell’imposta attraverso l’intervento di “falsi esportatori
abituali” che emettevano dichiarazioni d’intento non veritiere, che
consentivano agli stessi di acquistare da soggetti italiani carburante senza
l’applicazione dell’ Iva per poi rivenderlo (anziché all’estero)
nel territorio nazionale a vantaggio di imprese sleali che consapevolmente incassavano,
tra i profitti illeciti, l’imposta mai versata. L’esame della documentazione
contabile, corroborata dall’analisi delle movimentazioni bancarie, nonché dall’acquisizione
di dichiarazioni testimoniali, consentiva ai Finanzieri del Nucleo P.E.F. di
Catania di tracciare, nella frode carosello, la partecipazione di società
“cartiere” (imprese prive di qualsiasi struttura), gestite da amministratori
prestanome (tra i

quali, Alberto Pietro Agosta, 34
anni; Antonino Campagna, 56 anni; Federico Pandetta, 37
anni; Salvatore Giuffrida, 37 anni; Filippo Cutrona, 30
anni) orchestrati da Sergio Leonardi, amministratore di fatto
della Lubricarbo srl presso il cui deposito di Augusta (Sr) giungeva
effettivamente il gasolio. I prodotti petroliferi movimentati con false
dichiarazioni d’intento provenivano, fino al 2016, dalla “Pinta Zottolo Spa” di
Mazara del Vallo, successivamente, fino al 2018, da depositi fiscali e commerciali
situati nelle provincie di Trapani, Palermo, Ragusa e Reggio Calabria
(emittenti di fatture false per circa 100 milioni di euro). La citata Lubricarbo,
formalmente amministrata da Alessandro Calderara, 41 anni, concludeva il
“carosello” conseguendo un profitto illecito di circa 8,8 milioni di euro,
profitto criminale sottoposto a sequestro preventivo (anche per equivalente)
finalizzato alla confisca. Con il sequestro della Pinta Zottolo nel 2016, la Lubricarbo
di Leonardi acquistava, nel 2017, da fornitori esteri britannici, maltesi e
della Repubblica Ceca gasolio con documentazione di accompagnamento non
prescritta per la circolazione in Italia dei prodotti energetici (Cmr – lettere
di vettura internazionale) poi immesso (riciclato)
clandestinamente nel mercato siciliano attraverso la compilazione di D.A.S.
(documento di accompagnamento semplificato) falsi. Nel complesso, il gasolio
consumato in frode è pari a oltre 5,7 milioni di kg (corrispondente a quasi 7
milioni di litri) al quale corrisponde un’evasione di accisa di 4,2 milioni di
euro e 1,6 milioni di Iva.

Sul conto di Sergio Leonardi, i Finanzieri
del Nucleo P.E.F. hanno condotto accertamenti patrimoniali allo scopo di
individuare i beni allo stesso riconducibili (anche indirettamente) per
l’esecuzione di un sequestro preventivo finalizzato alla confisca per
sproporzione (art.240-bis C.P.). L’esecuzione delle misure cautelari reali,
operate congiuntamente dai militari della Guardia di Finanza e dell’Arma dei
Carabinieri, ha interessato il patrimonio di Sergio Leonardi il cui valore è
stato quantificato in oltre 10 milioni di euro ed è costituito dalle quote
societarie e/o titolarità di 10 imprese commerciali (titolari, tra gli altri
beni, di 7 distributori stradali), 8 fabbricati, un terreno, un motoveicolo e 6
rapporti bancari.

Elenco persone destinatarie delle
misure cautelari:

in carcere

agli arresti domiciliari:

Divieto temporaneo di
esercitare imprese e gli uffici direttivi:

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