Messina

Violenza di genere, un manuale per gli addetti del territorio

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L’ultima ospite arrivata nella casa rifugio Angela Morabito e una madre con 3 figli minori molto piccoli, e il suo vissuto traumatico di abusi e paura l’ha condotta pochi giorni fa a un ricovero psichiatrico. A raccontarlo e Pietro Siclari, direttore della Onlus Piccola Opera Papa Giovanni, gestore del centro antiviolenza reggino: “I bimbi ci chiedono sempre della madre, in casi come questi si fa grande fatica a recuperare la serenità di queste vittime. Noi arriviamo quando la situazione e precipitata e ci facciamo carico dell’accoglienza, ma il vero problema e dare speranza, costruire il futuro di queste persone e ritrovare una vita normale”.

E’ una delle implicazioni della violenza di genere, al centro del volume curato dalle avvocate Luigia Barone e Lucia Lipari e che fa parte di una serie di pubblicazioni tematiche edite da Maggioli e promosse dalla Piccola Opera come attività di sensibilizzazione e prevenzione. “La violenza di genere nelle leggi italiane e internazionali – modelli culturali e strategie d’intervento” e un lavoro di cura e comunità che si avvale di sostegni tecnici, dati, approfondimenti e testimonianze per offrire uno strumento di lettura dei divari di genere e del loro influsso sulla struttura sociale. A presentarlo questo pomeriggio a Palazzo Alvaro sono state le 2 curatrici, il Giudice onorario del Tribunale dei minorenni di Catanzaro Carlo Talarico, Francesca Mallamaci, assistente sociale e responsabile del Cav Angela Morabito, e la penalista Natascia Sarra, che sono tra gli autori del manuale. 

Un volume che offre strumenti di azione e prevenzione a chi opera sul campo

“Con questo 1º libro di una collana dedicata all’argomento, intendiamo diffondere agli addetti del comparto informazioni giuridiche e psicologiche utili per intervenire contro il fenomeno della violenza”, dice Luigia Barone, che e consulente esperta Indire, consulente della Regione per le politiche di genere e formatrice nei centri antiviolenza. “Ma c’e anche una sezione narrativa, nella quale diamo voce alle operatrici delle case rifugio e il lavoro che svolgono sul campo tutti i giorni. Si parla di emergenza – continua – in realtà studiando i dati ci accorgiamo che si tratta dell’emersione di qualche cosa che continua da anni e solo adesso, proprio grazie all’azione di centri e case rifugio, riesce ad essere portato alla luce”. Ma a fronte dell’intervento estremamente professionale che le leggi regionali richiedono a chi opera nel Cav, “la mancanza di fondi adeguati non limita il funzionamento efficace di questo servizio”, conclude Barone. 

E’ di oggi l’attesa notizia del rinnovo dell’osservatorio regionale sulla violenza di genere con il completamento delle nomine, mentre in vicinanza della giornata internazionale del 25 novembre la vice presidente del consiglio Giusy Princi si e impegnata a rendere concretamente applicabile la legge sull’empowerment delle vittime di violenza approvata il passato 8 marzo con la prevista dotazione finanziaria. Ma il privato sociale calabrese chiede anche un aggiornamento della legge di istituzione dei Cav, vetusta e irrealistica nelle modalità di supporto economico. 

Lucia Lipari, gia autrice della proposta di legge regionale di iniziativa sociale su interventi per favorire l’autonomia delle vittime di violenza e i loro familiari, aggiunge: “Nel libro abbiamo mappato la violenza di genere trattandola da elemento strutturale della nostra società, così come ci viene restituita dai report delle forze dell’ordine e dei tribunali”. L’avvocata ricorda che tra gli obiettivi dell’agenda Onu 2030 e centrale l’eliminazione delle discriminazioni sessuali e del gender gap economico. Un tema non secondario perché “i divari di genere sono fattori di rischio e concause della violenza sulle donne e il 1º lavoro deve essere fatto su stereotipi e modelli involutivi”.

La violenza e un male culturale, e dalla cultura e l’arte bisogna ripartire per un cambiamento radicale. Lo dice nel libro Celeste Costantino, ex deputato (di cui ricordiamo la pioneristica proposta di legge sull’educazione sentimentale e all’affettività nelle scuole), spiegando come teatro, cinema e balletto possano essere validi antidoti. Ad esempio capovolgendo l’attuale rappresentazione di donne e uomini nei film e le serie televisive, modificando gli attuali standard estetici nelle professioni di moda e danza, combattendo la violenza negli ambienti dello spettacolo (dove le donne contano ancora poco e, per fare un esempio, sono una minoranza risicata nei settori della produzione, dove si ritiene servano doti tecniche che loro non avrebbero). Ma per avere un’istantanea della vexata quaestio basta ricordare la statua della Spigolatrice di Sapri, raffigurata focalizzando l’attenzione dello spettatore su natiche iperboliche e sessualizzanti, e del monumento dedicato alla giornaliste uccise Maria Grazia Cutuli e Ilaria Alpi, ritratte nude e con aspetto da ragazzine. E il problema culturale riguarda anche media e social, come rileva Luciana de Luca ricordando la storia di O.N., nel 2008 assassinata dal marito mentre era con la figlia. La sorella della vittima fu colpita dalla superficialità della cronaca del delitto, con i giornali che facevano a gara di dettagli e scoop senza nessuna delicatezza. C’erano ovunque particolari morbosi, ma non la vera storia di quella donna. 

Il garante Muglia punta sulla giustizia riparativa e coinvolgerà la Caritas 

Presente alla riunione anche il garante regionale per i diritti dei prigionieri Luca Muglia, insediato da un mese e mezzo, che ha rilevato criticità ma anche buone prassi ed e convinto che si possano contemperare la protezione delle vittime di violenza e i diritti individuali delle persone indagate, attraverso i programmi di giustizia riparativa previsti dalla riforma Cartabia. “Che non sia probabile farlo – ha dichiarato – e un preconcetto. Sicuramente deve esserci la volontarietà, tanto che la convenzione di Instanbul vieta espressamente la mediazione obbligatoria, ma se c’e un varco bisogna entrare e favorire questo percorso che ritengo positivo”. Per Muglia, che crede nella rieducazione, non esistono situazioni irreversibili: “Anche quando sembrano non esserci margini di recupero, spesso la realtà ci sconfessa. In molti casi la giustizia riparativa ha dato risultati inimmaginabili e credo valga la pena scommettere su questo tema”. In Calabria ci sono tanti buchi, per mancanza di centri di recupero dei maltrattanti, oltre che delle conferenze locali presso le corti d’ricorso previste dalla Cartabia. “Abbiamo gia enormi problemi di sopravvivenza per mancanza di specialisti – dice il garante – ma stiamo tentando di aprire un fronte, ho parlato con il vescovo Morrone di una rete che oltre ai cappellani degli istituti penitenziari coinvolga pure la Caritas”

Nel manuale si trova una completa analisi delle leggi italiane e internazionali sulla violenza di genere e il sostegno alle vittime, tra i quali il reddito di libertà e l’successivo salvagente del reddito di soccorso, oggetto di una proposta di legge che dal 2020 e ancora in esame nelle commissioni della Camera. E ci sono le esperienze di Francesca Mallamaci, Nadia Modafferi, Antonella Sulfaro e Maria Grazia Verduci, operatrici del Cav Angela Morabito, che durante l’epidemia si sono attrezzate per creare uno spazio quarantena, consentire la Dad ai bimbi e continuare ad ospitare le donne in fuga dalla violenza.

Una di loro, Giulia, ripercorre la sua storia di abusi e dolore. Sposa e madre giovanissima, ritira una prima denuncia contro il marito dopo essere stata colpevolizzata. Il suo 1º contatti con il Cav avviene nel lockdown, in videochiamata. Giulia ha paura di essere scoperta ma difende quel rapporto a distanza ma che le dà forza e le fa capire quanta violenza, non solo fisica, ha subito da un uomo che la privava anche della libertà di pettinarsi e vestirsi come voleva. Un giorno deve intervenire la polizia, e le operatrici, pur in isolamento per il Coronavirus, si attivano per trovarle una sistemazione di emergenza, in caso si renda necessario allontanarsi da casa. Oggi Giulia e andata fino in fondo, ha denunciato il marito brutale e vive sicura con i suoi figli, che hanno assistito a tante aggressioni e stanno seguendo percorsi psicologici mirati.  

Nella provincia di Reggio 40 ammonimenti al questore nell’anno in corso

Il questore ha segnalato una forte incidenza del fenomeno sul territorio reggino con 40 ammonimenti nell’anno in corso, un dato significativo perché riguarda il periodo precedente alla denuncia, quella preventiva: “Questo ci fa capire la portata della situazione, che e trasversale per età e appartenza sociale degli ammoniti. Ma oggi abbiamo nuovi strumenti che hanno reso più veloci le procedure permettendo di agire anticipando il rischio, e principalmente oltre alle misure repressive possiamo lavorare sulla risocializzazione degli aggressori, incidendo sul piano culturale”. 

La prevenzione deve però avere una continuità con la pianificazione, che non e materia sostenibile per le sole associazioni. Pietro Siclari lancia l’ricorso più accorato degli addetti dei Cav: “Le forze dell’ordine e le istituzioni locali ci sostengono nelle attività ordinarie, ma quello che manca e un progetto per il dopo. Chiediamo alle istituzioni di starci accanto e lavorare con noi: solo offrendo un’occupazione, una casa e un percorso di autonomia – conclude – potremo restituire dignità alle vittime di violenza e dare coraggio ad altre donne per denunciare, dimostrando che quando si prende questa decisione si aprono prospettive positive”. 

Le tante donne che non denunciano (la categoria più rivittimizzata) lo fanno perché temono di non essere credute e non si sentono protette dai servizi sociali. Racconta Nadia Modafferi, operatrice del Cav reggino: “Una donna mi disse ‘tanto lui la scamperà sempre, appare diversamente che ciò che e e sono io a dover dimostrare di essere una brava madre. Avrei fatto meglio a scappare e far perdere le mie tracce con i miei figli, avrei ottenuto quello che non riesco con la giustizia’. Parole che risuonano come un sasso”.  


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