Università di Catania a “corto” di cadaveri per l’Istituto di Medicina Legale

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Università di Catania a “corto” di cadaveri per l’Istituto di Medicina Legale
Università di Catania a “corto” di cadaveri per l’Istituto di Medicina Legale

Catania.«Intanto una precisazione: lavoriamo per il futuro e non per il passato. Perché, vede, tutto parte dal cadavere».

Un inizio volutamente spiazzante, questo scelto dal prof. Cristoforo Pomara, medico legale e direttore dell’Istituto di Medicina legale dell’Università catanese, autore di testi fondamentali, praticamente una autorità in materia, per introdurre un argomento che gli sta a cuore. E che dovrebbe – sottolinea – stare a cuore a tutti noi.

Insomma, oggi come oggi, gli studenti di Medicina, medici e chirurghi di domani, si esercitano su modelli, modellini, simulazioni e ricostruzioni in 3D perché…non ci sono cadaveri da studiare. Una pratica necessaria che nel nostro Paese in generale, e a Catania in particolare, non è possibile fare per mancanza di organi e tessuti da dissezionare e studiare. «Certo – dice il prof. Pomara – immaginiamo un futuro nel quale gli aspiranti chirurghi si confronteranno con le macchine e opereranno attraverso i robot confortati dai processi dell’imaging. Ma, anche ipotizzando il futuro più roseo, se anche poche centinaia di volte si dovesse operare in maniera tradizionale, chi saprebbe più operare a quel modo senza avere lavorato su un uomo vero e quindi su un cadavere?».

Per rafforzare la sua tesi, propedeutica al suo appello, lo studioso ricorda come i notevoli progressi della Medicina e della Chirurgia siano stati dovuti proprio «a studi autoptici e scientifici sugli insuccessi chirurgici che hanno permesso, per esempio, di arrivare alla realizzazione di protesi e stent sempre più sofisticati. E voi – chiede – da chi vorreste essere operati: da chi ha studiato sul robot o chi ha osservato e fatto pratica in real life su un corpo umano?».

Per questo, il prof. Pomara, palermitano, da due anni alla guida dell’Istituto universitario catanese, chiede che su questo argomento, sulla donazione dei corpi per fini scientifici già prevista dalla legge, si apra un «vivido dibattito culturale».

Non è un tema di cui si parla spesso, né lo si fa molto volentieri, forse perché ritenuto “macabro”, sgradevole, inutile o triste: ma è una scelta che permette ai giovani chirurghi di fare pratica e a quelli già esperti di sperimentare nuove tecniche ed esercitarsi in caso di interventi molto complessi. Riducendo il rischio di errori e decessi. E, invece, le donazioni in tutta Italia sono pochissime, e sono sempre meno, causa le più sofisticate tecniche investigative, i morti senza identità e senza storia avviati alla dissezione.

All’estero donare sé stessi dopo la morte è una realtà consolidata. In Olanda ad esempio una pubblicità sugli autobus invita a donare il proprio corpo per il training medico, e ci sono Paesi che hanno dovuto bloccare le donazioni, in quanto erano in eccesso. E la donazione – un altro luogo comune – non altera né i riti funebri, né la pietas. Si può lasciare semplicemente il proprio corpo alla ricerca, ma si può anche chiedere che il corpo venga poi riconsegnato ai familiari. In quest’ultimo caso, il funerale si svolge regolarmente; dopo, il corpo viene portato in un centro clinico dove resta per qualche settimana o mese. Quindi viene ricomposto e portato definitivamente al cimitero. 

E a fare perdere una pratica che prima se non consueta era frequente (a Catania nel 1800 fu inaugurato Teatro Anatomico, costruito a spese dell’Università all’interno dell’Ospedale San Marco, «dove si hanno con facilità i cadaveri necessari alla dimostrazione») è stata anche la poca chiarezza della legge. Posto che già il Regio decreto del 1933 parla della possibile donazione dei corpi a fini scientifici, che viene anche trattata nel regolamento di Polizia mortuaria (Dpr 285/90), le norme di attuazione sono un po’ confuse. E un recente disegno di legge sulla donazione del proprio corpo dopo la morte ai fini di studio, formazione e ricerca scientifica, per individuare le strutture universitarie e le aziende ospedaliere di riferimento che avrebbe dovuto fare chiarezza, è fermo in Parlamento.

Per questo, a fronte della necessità di corpi umani da studiare, alcune Regioni hanno già deliberato in merito facilitando la donazione, come in Lombardia. «E a Padova – continua il prof. Pomara – con l’aiuto del Comune, sono già riusciti ad ottenere numeri importanti di cadaveri da studiare e far studiare». Mentre a Bologna l’università si offre di sostenere tutte le spese per funerale, cremazione eccetera in caso di donazione post mortem. «E a Catania, invece – prosegue il medico legale – che ha sempre avuto scuole di Anatomia e Medicina legale all’avanguardia nello studio cadaverico, non abbiamo al momento alcun corpo da studiare. Ne è pensabile importare stabilmente corpi o pezzi anatomici da altre nazioni, soprattutto dagli Usa, considerato che i costi sono molto elevati, anche 15mila euro per cadavere. Da affiliate professor dell’Università di Malta, io cerco di portare ogni anno nella vicina isola, un certo numero dei miei studenti per farli esercitare e lavorare insieme su corpi veri, con risultati evidenti. Ma non basta, non può bastare».

Per questo il prof. Pomara, insieme con alcuni colleghi (il prof. Sergio Castorina, ordinario di Anatomia umana e il prof. Gaetano Magro ordinario di Patologia, discipline tutte afferenti al Dipartimento di Scienze medico chirurgiche e tecnologie avanzate G. F. Ingrassia) hanno avviato un dialogo con il Comune, «auspicando che cresca l’interesse verso questo atto di generosità enorme verso studenti e specializzandi che non hanno i soldi per formarsi costosamente all’estero o nei centri privati italiani (da 1500 euro in su per 4 giorni di pratica ndr). Una generosità che diventa anche altruismo per chi usufruirà, da paziente, di personale medico formato in modo migliore, attraverso lo studio del cadavere».

Un dialogo che si è già avviato, come conferma l’assessore comunale alla Sanità e ai Servizi cimiteriali del capoluogo etneo Giuseppe Arcidiacono, anche lui medico cardiologo. Se l’Università ha offerto al Comune la possibilità di autopsia sui cadaveri senza nome, anche il Comune vuole fare la sua parte. «Credo – spiega Arcidiacono – che le istanze espresse dall’università siano più che fondate. Al cimitero ristruttureremo presto la sala autoptica, che ora non è agibile, grazie a Fondi regionali dedicati. E la sala sarà data in comodato d’uso all’Università. Ma abbiamo anche un traguardo etico da raggiungere, quello di incentivare la cultura della donazione del cadavere come forma estrema della cultura della donazione. Per questo, entro gennaio firmeremo con l’Università un protocollo d’intesa per concertare insieme una campagna di informazione che sia da supporto alla cultura della donazione del proprio corpo a fini scientifici. E coinvolgeremo in questo ragionamento anche l’Aido, l’associazione italiana donatori organi».

Infine, il prof. Pomara rilancia: «Un ultimo appello va ai parlamentari siciliani perché propongano ufficialmente l’opzione della donazione del corpo a modifica della legge n°219/2017 sulle norme in materia di consenso informato e di disposizione anticipate di trattamento. Si tratta di un obiettivo di civiltà sociale».