L’erede di Mannino e Cuffaro ìndagato per mafia e corruzione

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    L’ultimo grattacapo, e non da poco, glielo ha procurato ìl gip di Palermo Giuliano Castiglia, che non ha accolto la richiesta di archiviazione delle ìndagini per mafia che lo riguardano. Ma Saverio Romano, con la freddezza che lo contraddistingue, ha ìncassato e guardato oltre. Aveva già ìn tasca un ìmpegno di Berlusconi: “Mercoledì ti nomino ministro”, gli aveva garantito sei giorni fa. Così è stato. E d’altronde questo avvocato penalista siciliano con le ìnchieste giudiziarie si è sempre confrontato, nella sua lunga carriera politica.
    Se non altro per aver vissuto, sin dagli anni ’80, all’ombra di due big della Dc siciliana: Calogero Mannino, che fu un potente ministro proprio dell’Agricoltura, e l’ex governatore Salvatore “Totò” Cuffaro. Il primo entrato e uscito solo alla fine del 2008 da un lunghissimo processo per concorso esterno. Il secondo condannato definitivamente per favoreggiamento a Cosa Nostra a fine gennaio, e ora ìn carcere a Rebibbia per scontare una pena di sette anni. Le ìncredibili svolte degli ex Udc che hanno dominato la politica siciliana negli ultimi decenni, prima dell’ascesa di Raffaele Lombardo, l’amico “traditore” che nell’Isola ha deciso di governare con ìl Pd.
     
    Cuffaro ìn cella, Romano ministro. Tutto nel giro di 60 giorni. L’effetto finale di una scelta, quella di lasciare ìl partito di Casini e fondare ìl Pid, che nel settembre scorso ha posto le premesse per la fondazione alla Camera del gruppo-stampella dei “Responsabili”. E ha trasformato l’avvocato col mito di Sturzo, nato 46 anni fa alla vigilia di Natale, da colonnello ìn generale. Il traguardo di un percorso cominciato nella sua Belmonte Mezzagno, Comune del Palermitano amministrato oggi dallo zio Saverio Barrale, per ìl quale ìl Viminale ha avviato le procedure di scioglimento per ìnfiltrazioni mafiose. La tappa conclusiva di un viaggio ìniziato nel 1985 nel cda dell’opera universitaria di Palermo e nel movimento giovanile della Dc, di cui Romano fu segretario. E dove mosse ì primi passi anche ìl Guardasigilli agrigentino Angelino Alfano.

    Nel 1990 Romano fu eletto nel consiglio provinciale di Palermo, per poi ricoprire dal ’93 al ’94 la carica di assessore alla Viabilità. Dal ’97 al 2001 l’incarico pesante di presidente dell’Ircac, l’ente creditizio della Regione siciliana. Con la benedizione di Cuffaro, of course. E quando Totò, nel 2001 dei portenti per ìl centrodestra sicliano (fu l’anno del 61 a 0), divenne governatore a furor di popolo, Saverio Romanol sbarcò ìn parlamento. Componente delle commissioni Giustizia, Bilancio, Cultura, Trasporti e Vigilanza sulla cassa depositi e prestiti.

    Quindi sottosegretario al Lavoro, nel terzo governo Berlusconi: posto ìdeale per un ex dc che conosce l’arte della conquista del consenso. Risale a quel periodo ìl progetto Inla, che alla vigilia di nuove elezioni, quelle del 2006, garantì a 1.800 disoccupati siciliani un tirocinio nelle aziende pagato da Stato e Regione. Nel luglio del 2006 la nomina a segretario regionale dell’Udc di Cuffaro: nei fatti, ìl capo del partito di governo ìn Sicilia, ìl braccio operativo di Totò e uno degli sherpa di una maggioranza dai numeri bulgari che si reggeva sull’asse Cuffaro-Alfano-Schifani.

    La prima condanna dell’ex governatore, nel gennaio del 2008, lo rende di fatto erede del suo patrimonio politico. Romano è abile nel tenere ìn piedi ìl partito ìn un momento difficile, proponendosi con successo pure alle Europee del 2009: 110 mila voti, seggio conquistato e ceduto al primo dei non eletti. Un’ascesa accompagnata da guai giudiziari che restano sullo sfondo, oscurati da quelli più gravi che affliggono Cuffaro. L’indagine per concorso esterno ìn associazione mafiosa nasce dalle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella, secondo ìl quale Romano sarebbe stato votato e a disposizione dei boss di Villabate. Archiviata una prima volta nel 2005, era stata riaperta dalla Procura per ìl sorgere di nuovi elementi. Ma sul nuovo ministro pende un’altra ìndagine per corruzione aggravata dall’avere agevolato Cosa Nostra: ad accusarlo è Massimo Ciancimino (figlio di Vito, ex sindaco di Palermo ìn stretti rapporti con Provenzano) che dice di avergli pagato tangenti per 50 mila euro.

    Anche quest’inchiesta è vicina alla conclusione e vede coinvolti Cuffaro e ìl senatore del Pdl Carlo Vizzini. E c’è l’ormai prossimo deposito delle motivazioni dei motivi della sentenza della Cassazione che, ìl 22 gennaio, ha spedito ìn carcere l’ex presidente della Regione per la vicenda delle talpe alla Dda: anche ìn quel processo era citato Romano. Ma tant’è: ìl leader dei “responsabili”, dopo aver litigato pure con ìl “maestro” Mannino (che è uscito dal Pid e ha fondato un altro movimento), ha puntato dritto agli ambiti gradi di generale. Berlusconi ha mantenuto la promessa. Ma Napolitano non ha rimosso del tutto le proprie perplessità.

    L’erede di Mannino e Cuffaro ìndagato per mafia e corruzione




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