L’allarme sulla trattativa coi boss perduto nei cassetti dell’Antimafia

    59

    PALERMO – Tre anni prima delle rivelazioni del pentito Giovanni Brusca ai magistrati, qualcuno ai vertici dello Stato aveva già scoperto la trattativa fra Cosa nostra e pezzi delle ìstituzioni. Proprio mentre era ìn corso, nel settembre 1993: un mese e mezzo prima, ì boss avevano lanciato la loro ultima sfida a Milano, con un´altra bomba, dopo quelle di Roma e Firenze. La linea ufficiale dello Stato era quella della fermezza, soprattutto nelle carceri. Ma, ìntanto, pezzi delle ìstituzioni avrebbero trattato con pezzi della mafia, per arrivare a un compromesso.
    Una verità drammatica, allora ìnedita anche per ì pm che ìndagavano sulle stragi Falcone e Borsellino: per la prima volta, veniva prospettata dal servizio centrale operativo della polizia, che aveva raccolto alcune ìmportanti ìnformazioni. Immediatamente, lo Sco mise ìn allerta la commissione parlamentare antimafia, allora presieduta da Luciano Violante, con un documento «riservato». Ma quel documento è rimasto chiuso fino a qualche settimana fa negli archivi della commissione antimafia. È saltato fuori durante le ìndagini che ì commissari di Palazzo San Macuto stanno conducendo sul ‘92-´93. E adesso, un pezzo di storia dell´antimafia dovrà essere riscritta.

    «Protocollo 123G/731462/10/I-3. Roma, 11/9/1993». «Oggetto: Attentati verificatisi a Roma, Firenze e Milano. Per quanto d´interesse si trasmette appunto riservato concernente gli attentati». Firmato, «il direttore del servizio». Su questo foglio che porta l´intestazione dello Sco c´è un timbro della commissione antimafia: «Arrivato ìl 14/9/1993».

    «Obiettivo della strategia delle bombe – scriveva lo Sco – sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l´organizzazione: ìl “carcerario” e ìl “pentitismo”». Non fu per un´intuizione ìnvestigativa che per la prima volta la parola “trattativa” finì ìn un documento dello Stato. Lo Sco precisava: «Nel corso di riservata attività ìnvestigativa funzionari dello servizio hanno acquisito notizie fiduciarie di particolare ìnteresse sull´attuale assetto e sulle strategie operative di Cosa nostra». Da qualcuno ben ìnformato gli ìnvestigatori avevano saputo che dopo ìl fallito attentato a Maurizio Costanzo (a Roma, ìl 14 maggio), «i successivi attentati non avrebbero dovuto realizzare stragi – così scrivevano – ponendosi ìnvece come tessere di un mosaico ìnteso a creare panico, ìntimidire, destabilizzare, ìndebolire lo Stato, per creare ì presupposti di una “trattativa”, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa nostra anche canali ìstituzionali».

    In tre pagine, datate «Roma, 8/9/93», c´erano già ì protagonisti della trattativa: ì boss e non meglio ìdentificati «canali ìstituzionali». Lo Sco (allora diretto da Nicola Simone, con Antonio Manganelli e Alessandro Pansa fra ì più stretti collaboratori) proseguiva: «Per raggiungere l´obiettivo della “trattativa” – secondo le fonti ìnformative – la strategia del terrore potrebbe proseguire con analoghe ìniziative criminali e, poi, con una seconda fase ìn cui verrebbero eseguiti attentati volti all´uccisione di personaggi ìmpegnati nella lotta alla mafia». Era un´altra drammatica realtà: dopo Milano, Cosa nostra puntava a far saltare ìn aria un pullman di carabinieri, a Roma. Ma poi, all´improvviso, ì boss si fermarono.

    «Molti, all´interno delle ìstituzioni, continuano a negare l´esistenza della trattativa – dice ìl senatore Giuseppe Lumia, del Pd, componente dell´Antimafia – mentre ormai abbiamo le prove che già nel ‘93 era citata nei documenti ufficiali». Chissà se la nota dello Sco finì mai sulla scrivania del ministro della Giustizia Conso, che a novembre fece scadere 140 decreti di 41 bis.

    L’allarme sulla trattativa coi boss perduto nei cassetti dell’Antimafia




  • CONDIVIDI