La nuova geografia mafiosa della provincia di Agrigento

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La nuova geografia mafiosa della provincia di Agrigento
La nuova geografia mafiosa della provincia di Agrigento

“Il
contesto criminale della provincia di Agrigento continua ad essere
caratterizzato dalla presenza dominante di Cosa nostra, che monopolizza la
gestione delle più remunerative attività illegali e condiziona ancora
pesantemente il contesto socio-economico, già duramente messo alla prova da un
perdurante stato di crisi. Rimasta unitaria e verticistica, l’organizzazione
conserva la tradizionale ripartizione nei 7 mandamenti (Agrigento, Burgio, del
Belice, Santa Elisabetta, Cianciana, Canicattì e Palma di Montechiaro) al cui
interno operano 42 famiglie mafiose. Cosa nostra agrigentina rappresenta una
delle più solide roccaforti dell’organizzazione e ha vissuto una costante
evoluzione, espandendo l’area degli interessi dall’originario contesto
agro-pastorale a settori criminali ben più remunerativi”.
 

E’
quanto si legge nella relazione della Direzione
investigativa antimafia
sull’attività e sui risultati tra gennaio e giugno
del 2019 trasmessi al Parlamento.

“Un ruolo minore, ma comunque di rilievo
prosegue la relazione – viene occupato
dalla stidda, originariamente parte
scissionista di Cosa nostra, ma che oggi fa affari con quest’ultima.
L’influenza della stidda è presente nei territori di Palma di Montechiaro, Porto Empedocle, Naro, Favara, Canicattì,
Campobello di Licata, Camastra Bivona e Racalmuto
. Storicamente la mafia in
questo territorio si caratterizza per una spiccata capacità di interazione con
le consorterie mafiose di altre province dell’Isola, in particolare con quella di Palermo e con realtà criminali di altre Regioni. Si registra una
fase di riassetto interno all’organizzazione mafiosa, a seguito dei recenti
arresti delle figure apicali. Le ricomposizioni di famigliee di mandamenti sono
anche influenzate dalle scarcerazioni degli affiliati, in particolar modo di
quelli che avevano già ricoperto ruoli apicali. proprio il monitoraggio di
soggetti scarcerati ha caratterizzato le attività investigative “Kerkent” e “Assedio”, più avanti meglio argomentate. Anche in questa provincia,
i business mafiosi rispecchiano le esigenze di liquidità e di controllo del
territorio, trovando nel racket delle estorsioni, nel traffico di stupefacenti
e, più recentemente, nel controllo del gioco d’azzardo dei settori di primario
interesse”.

“Con riferimento alle estorsioni, il 12 maggio
2019 è stato eseguito un decreto di fermo di indiziato di delitto nei confronti
di 2 soggetti di Licata ritenuti
responsabili dei reati di usura e di tentata estorsione in concorso, continuati
ed aggravati dal metodo mafioso. L’indagine era stata attivata per far luce su
episodi di danneggiamento seguiti da un incendio nella zona di Licata. Il
successivo 19 giugno, l’operazione “Assedio”,
oltre a far luce sugli attuali assetti organizzativi della famiglia di Licata, ha evidenziato un’inedita forma
di estorsione: un imprenditore edile licatese si è visto costretto a versare
alla predetta famiglia 5 mila euro per aver realizzato lavori in territorio
tedesco. Si è rilevata anche l’imposizione indebita di slot machine presso
numerosi esercenti nell’area periferica licatese. Da evidenziare, inoltre, che
tra i soggetti destinatari del provvedimento di fermo vi è un amministratore
locale che, in accordo con il reggente della locale famiglia mafiosa ed in
cambio della promessa di future utilità, nel 2018 aveva ottenuto l’appoggio
elettorale del clan”.

“Anche
per il semestre in esame significative sono le risultanze di operazioni legate
al traffico ed allo spaccio di droga. In tal senso, l’operazione “Kerkent” conclusa dalla Dia il 4 marzo
2019 ha colpito soggetti operativi tra le province di Agrigento, Palermo, Trapani, Vibo Valentia e Parma. Le indagini
hanno documentato l’esistenza, nella città di Agrigento, di un gruppo criminale facente capo a un
pluripregiudicato, già affiliato alla famiglia mafiosa di Agrigento-Villaseta, che dopo essere stato scarcerato aveva
ricevuto l’investitura di nuovo capo famiglia direttamente dal precedente boss.
L’assunzione di questo incarico ha consentito al nuovo boss di interferire
nello svolgimento delle attività produttive locali e di commissionare alcuni delitti.
Lo stesso, peraltro, aveva incrementato il traffico di sostanze stupefacenti
destinate al mercato agrigentino, con canali di approvvigionamento che facevano
capo ad altri sodalizi mafiosi locali e palermitani – di matrice stiddara e
mafiosa – nonché alle ‘ndrine calabresi
dell’area vibonese”.

“Ancora
in relazione al traffico di stupefacenti si richiamano le operazioni “Extra
Fines 2- Cleandro” e “Mare Magnum”, sviluppate nel territorio
di Caltanissetta, ma con profili di
connessione con la realtà agrigentina.

Infatti,
il 17 gennaio 2019, nell’ambito dell’Operazione “Extra Fines 2 – Cleandro” sono stati arrestati diversi appartenenti
alla famiglia mafiosa di Gela (CL) in affari con soggetti di origine
agrigentina, da anni trapiantati in Germania
nelle città di Colonia, di Karlsruhe e di Pforzheim. Il gruppo manteneva i rapporti con trafficanti turchi,
calabresi e colombiani, che rifornivano di stupefacenti il mercato tedesco e
italiano. Il 13 febbraio 2019, inoltre, a conclusione dell’operazione “Mare Magnum”, tra le province di Caltanissetta, Agrigento, Palermo ed Enna,
14 persone sono state ritenute responsabili di associazione finalizzata al
traffico di stupefacenti, in particolare di hashish. L’attività investigativa
ha permesso di individuare il canale di rifornimento, la rete di distribuzione
(dai fornitori ai consumatori) e la commercializzazione di diversi chili di
droga a settimana. L’elemento di vertice dell’associazione, vicino a Cosa nostra nissena, negli ultimi tempi
si era trasferito a Porto Empedocle (Ag)
dove si era inserito nel locale contesto criminale, tanto da usufruire di un
appartamento riconducibile alla famiglia mafiosa del luogo. Inoltre, sono state
individuate, soprattutto nella zona orientale della provincia, svariate
piantagioni di cannabis di varia estensione e talvolta coltivate in serre
dotate di impianti di illuminazione, di aerazione nonché di videosorveglianza.
In base a quanto già argomentato, benché la mafia agrigentina sia
sostanzialmente di tipo tradizionale, appare comunque attenta a cogliere nuove
opportunità di affari”.

“Nella
provincia, tra settori particolarmente esposti al rischio d’infiltrazione
mafiosa, si segnalano anche quelli dell’agricoltura e dell’agroalimentare,
delle energie da fonti rinnovabili e quelli collegati all’emergenza ambientale,
come nel caso della gestione del ciclo dei rifiuti. Per quanto concerne
l’attività di contrasto alla criminalità organizzata sotto il profilo
patrimoniale, si segnala il decreto di confisca di beni , del valore di circa 500
mila euro, eseguito dalla Dia il 18
giugno, nei confronti di  un imprenditore
edile ritenuto organico alla famiglia di Castronovo
di Sicilia
. Nella stessa data a Ferrara,
su proposta di applicazione di misura di prevenzione formulata dalla DIA, è
stata eseguita la confisca di parte del capitale sociale di un’azienda
esercente le attività di supporto alla produzione vegetale, cooperazione edile
e trasporti, riconducibile ad un imprenditore ritenuto attiguo alla famigliadi
Favara  ed attivo nell’ambito del settore
degli appalti pubblici e dell’illecita acquisizione di commesse. Il valore
complessivo del patrimonio confiscato è di circa 3 milioni di euro”.

È poi
significativa la capacità di Cosa nostra
agrigentina
di condizionamento dell’attività politico–amministrativa. Nel
periodo in esame continuano le gestioni commissariali dei Comuni di Camastra e di San Biagio Platani. Inoltre, la Prefettura ha emesso provvedimenti
interdittivi antimafia per infiltrazioni mafiose nei confronti di imprese
ubicate in diversi comuni della provincia e operanti nel settore edile ed
agricolo. Anche nel semestre si sono registrate numerose intimidazioni, tramite
danneggiamento o minacce, nei confronti di rappresentanti delle Istituzioni.

Nel
panorama criminale agrigentino si continua, infine, a registrare anche
l’operatività di gruppi criminali stranieri. Con il passare degli anni, essi
sono aumentati nel numero e hanno allargato i loro margini operativi, anche
grazie a rapporti con la criminalità locale di tipo comune. La presenza
stanziale di gruppi criminali di origine straniera sembra tollerata da Cosa nostra e dalla stidda, perché s’inserisce in settori
illeciti di basso profilo e più rischiosi in termini di attività repressiva,
come ad esempio lo sfruttamento del lavoro nero e della prostituzione, il
trasporto e lo spaccio di sostanze stupefacenti, i furti di materiale ferroso
in abitazioni e in terreni agricoli.

Le
acquisizioni investigative dell’ultimo semestre confermano come le attività
criminali connesse all’immigrazione clandestina restino appannaggio di
organizzazioni straniere impegnate nella tratta di esseri umani dalle coste
nordafricane verso quelle siciliane. Non a caso, ci si trova spesso di fronte a
sodalizi di origine nordafricana, i cui vertici dirigono le attività dai
territori di origine e sono talvolta impegnati anche nel contrabbando di
tabacchi lavorati esteri. Nella provincia sono risultati presenti anelli
terminali della catena criminale deputata alla tratta, con compiti di gestire e
successivamente trasportare le vittime verso le destinazioni finali di
sfruttamento, anche in altri Paesi”.

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