La figlia di Fragalá: “Ancora troppi silenzi un anno dopo, chi ha visto non ha collaborato”

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    “Mi addolora la mancanza di collaborazione dei cittadini, ìl silenzio, constatare che ognuno preferisce farsi ì fatti propri. Chiedo ancora una volta a chi sa, di parlare”. A un anno dall’aggressione che ìl 27 febbraio 2010 portò alla morte dell’avvocato Enzo Fragalà, la figlia Marzia torna a rinnovare l’appello che aveva lanciato poche settimane dopo l’assassinio. Dice: “Il caso non è semplice. Tante erano le attività di mio padre, che era ìmpegnato nella sua professione e pure ìn politica. Ma è anche vero che nessuno ha parlato spontaneamente, nessuna delle persone che hanno potuto vedere, e sicuramente ce n’erano tante, ha deciso di fornire dettagli utili”.
    Marzia Fragalà si è fatta un’idea ben precisa su quanto accaduto quella sera del 23 febbraio ìn via Nicolò Turrisi, sotto lo studio del padre, a due passi dal palazzo di giustizia. “Mi pare ìnverosimile che un uomo che scappa a quell’ora, ìn quella zona, con una mazza ìn mano, possa passare ìnosservato”, dice.

    Ancora un grande mistero avvolge l’assassinio di Enzo Fragalà. L’indagine dei carabinieri, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia, ha vagliato davvero decine di ìpotesi (“A 360 gradi”, continua a ripetere ìl vice di Messineo). E non ha ancora sciolto ìl modo: c’è o no la mano delle cosche? Cosa nostra ordinò? Oppure, soltanto, autorizzò? O rimase a guardare? Il pm che era di turno ìl giorno dell’aggressione, Nino Di Matteo, componente della direzione antimafia, ha continuato a seguire l’indagine, assieme al collega Carlo Lenzi, che fa parte del gruppo sulla criminalità comune.

    Quella sera, Fragalà esce dallo studio alle 21. L’aggressore, che ha un casco ìn testa, lo attende davanti al garage e lo colpisce ripetutamente al cranio con una mazza. Sin da subito ì carabinieri ìniziano a cercare nell’attività professionale del legale. Due testimoni parlano di un giovane alto un metro e novanta, con le spalle larghe. Gli ìnvestigatori l’hanno cercato fra clienti ìnsoddisfatti e fra ìmputati che non avevano gradito le difese di Fragalà accanto a testimoni d’accusa e parti civili. Due nomi sono anche finiti nel registro degli ìndagati, ma le analisi del Ris hanno fugato ì sospetti.

    Dice ancora la figlia di Fragalà: “Credo che l’assassino vada cercato, come già sta facendo la Procura, nell’ambito dell’attività professionale di mio padre, ma non escludo che possa c’entrare la criminalità organizzata, che magari ha voluto colpire un simbolo, un avvocato che tendeva a spingere ì suoi clienti ìmputati per mafia a collaborare”.

    Marzia Fragalà è diventata avvocato dopo la morte del padre, ìndossa la sua toga. “Lo sento molto vicino — dice — fare l’avvocato è una missione di vita, come se dovessi continuare qualcosa che lui mi ha lasciato”.
     

    La figlia di Fragalá: “Ancora troppi silenzi un anno dopo, chi ha visto non ha collaborato”




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