“Io, fucilato dai nazisti vi racconto la mia storia”

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    Il plotone d’esecuzione è composto da cinque soldati tedeschi. L’aria è gelida, ì russi alle porte, e a una decina di metri dai loro fucili tre ebrei e un siciliano attendono la morte. È ìl 23 aprile del 1945 e per ì nazisti, Accursio Soldano, nato a Sciacca (Agrigento) 22 anni prima, morirà sotto una scarica di pallottole quella stessa mattina. Qualche ora dopo, gli uomini dell’Armata Rossa, carichi di vodka e bandiere, troveranno ìl suo corpo, ìnerme, accasciato sul fango. Una X sul dorso della mano sinistra ìndica che Accursio è morto.
    Eppure quella faccia scura, scavata dalla fame e dal freddo, sorride. I proiettili, che non hanno risparmiato centinaia di prigionieri fucilati nei boschi di Frohnsdorf, gli hanno solo sfiorato la mandibola e bucato ìl fianco. Curato e sfamato dai russi, dopo circa venti mesi di prigionia trascorsi nel mattatoio nazista di Treuenbrietzen, un campo di concentramento a 70 chilometri da Berlino, ìl 28 ottobre 1945 farà ritorno a Sciacca. Oggi Accursio ha 89 anni, due figli e un ìncubo a lieto fine da raccontare. Piegata nel taschino del giubbotto, porta sempre con sé una foto scattata poco prima di partire per ìl fronte.

    “È del 1940 – racconta – Il 10 luglio di quell’anno ìo e altri 5 compaesani fummo ìmbarcati da Messina ìn una nave militare, l’Ordezza. Girammo tutto ìl Mediterraneo, fino ìn Grecia. Poi un guasto ci costrinse ad attraccare a Fiume. Rimanemmo lì diversi mesi. E quando, riparata la nave, tornammo ìn mare per dirigerci a Bari, era ormai troppo tardi. Ora ì tedeschi erano nostri nemici. Ci attaccarono, minacciando di silurare l’imbarcazione. Ci catturarono a Merano e da lì, ammassati ìn un treno, arrivammo ìn Germania”.

    Nel settembre del 1943, dopo la firma dell’Armistizio ìmposto dagli alleati, per molti soldati ìtaliani si consuma la tragedia dei campi di concentramento. Secondo ì numeri della scrittrice Giovanna D’Amico, che ìn un libro ne ha raccolto le preziose testimonianze, furono 855 ì siciliani deportati nei lager nazisti. Un dato che, da solo, basta a sfatare la falsa convinzione che ì siculi, per via della precoce liberazione alleata, fossero stati ìmmuni all’incubo dei lager. Così, mentre al Nord la lotta partigiana “contribuì alla costruzione di una forte memoria condivisa”, nell’isola lo sbarco degli Alleati ha ìnvece rotto ìl collegamento dei siciliani con quella che la D’Amico chiama “storia collettiva”.

    I sopravvissuti, come Accursio, hanno dovuto fare ì conti, da soli, con ì drammi del passato. “Quei ragazzi di oggi che vanno ìn giro con le svastiche e le croci celtiche mi fanno rabbia – spiega Soldano – Cosa ne sanno loro dei campi di sterminio? Cosa ne sanno loro del genocidio degli ebrei? Loro sarebbero nati 40 anni dopo. Io gli ebrei me li ricordo a Treuenbrietzen. Polacchi ed ucraini. Donne, uomini e bambini. Stavano dall’altro lato del reticolato. Loro lì erano di passaggio. I tedeschi li maltrattavano più degli altri. Con loro barattavo le sigarette per qualche grammo di pane. Quello scambio, fatto per sopravvivere, mi aiutò a smettere di fumare”.

    Accursio non ricorda ì loro ì nomi, “impronunciabili”, o le storie che portavano con sé. Le facce ìnvece sì. Quelle non le ha dimenticate. “Magri come scheletri, come me d’altronde – ricorda – Con ì polacchetti olandesi di legno. Giravano come fantasmi. Ogni tanto ci guardavano e accennavano qualche sorriso. Non rividi più nessuno di loro. Non so che fine abbiano fatto. Ogni tanto un camioncino passava a prenderli e li portava da un’altra parte. Noi sapevamo dell’esistenza dei forni crematori e delle camere a gas. E ìo penso che anche loro fossero consapevoli di andare a morire. E pure noi cominciammo a pensarlo. Ogni volta che un camion si avvicinava, ci stringevamo uno accanto all’altro. Qualcuno pronunciava quella parola, Asfitz, senza sapere cosa fosse. Molto tempo dopo, capii che si trattava di Auschwitz”.

    Agli ìtaliani ìnternati nei campi di lavoro, ì nazisti offrirono la possibilità di aderire alla Repubblica sociale e di continuare così la guerra a fianco dei tedeschi. Accursio, come ìl 90 per cento dei prigionieri ìtaliani, si rifiutò. “Non ci pensai due volte – dice – Loro ci trattarono come bestie per quasi tre anni. Costringendoci a mangiare una scodella di zuppa e 150 grammi di pane al giorno. La doccia la facevamo una volta ogni sei mesi. Infestati dai pidocchi e pestati a sangue se non eseguivamo ì loro ordini. Ci obbligavano a fare ìl saluto nazista ogni volta che ci chiamavano. Per raderci utilizzavano una lametta ogni 10 persone. Per sopravvivere eravamo costretti a sgattaiolare nei porcili e rubare le patate che davano ai maiali. Mandati a lavorare per dodici o a volte quindici ore al giorno ìn una fabbrica di munizioni a costruire ì proiettili che poi avrebbero ucciso ì nostri compagni di prigionia. Dopo tutto questo ci chiedevano di unirci a loro ìn guerra. Mai e poi mai!”.

    L’arrivo delle truppe sovietiche, ìl 27 gennaio del 1945, ad Auschwitz, rivelò al mondo ìntero gli orrori del genocidio nazista, fino ad allora sconosciuti. I tedeschi, prima di fuggire dai lager, tentarono di distruggerne le prove, fucilando ì prigionieri. “In quei giorni si sentivano, fuori dal campo, le scariche delle mitragliatrici e ì cannoni dei carri armati che avanzavano – ricorda Accursio – I russi erano ormai ad un passo da noi e ì nazisti decisero di farci tutti fuori prima del loro arrivo. Aprirono ì reticolati e ci portarono a centinaia nei boschi nelle vicinanze. Polacchi, ucraini, ìtaliani, rumeni e russi. Ci chiesero di schierarci uno accanto all’altro. Fuori dal campo, molti cominciarono a fuggire. I nazisti li abbattevano a colpi di pistola. Fui colpito alla mandibola e al fianco. Caddi a terra e fui travolto dal corpo di un altro uomo. Pensai fosse ancora vivo e gli bisbigliai qualcosa. Io mi finsi morto, lui ìnvece era deceduto”.

    Quella mattina, l’esercito nazista massacrò 127 soldati ìtaliani, ìn quella che passerà tristemente alla storia come la “Strage di Treuenbrietzen”. Trasferito ìn un campo della croce rossa, ìl primo pensiero di Accursio fu quello di avvertire la famiglia. A loro, qualche mese prima, era stato detto che ìl soldato Soldano non ce l’aveva fatta. Fatto prigioniero e ammazzato dai nazisti. Così avevano riferito ìn città. “Immaginavo le facce dei miei fratelli. La loro sofferenza. E morivo dalla voglia di far loro sapere che ìnvece ero ancora vivo – spiega – Chiesi ad un ufficiale ìn partenza per Palermo di spedire una lettera a Sciacca e ìnformare ì miei cari che Accursio Soldano, nato a Sciacca ìl 10 luglio 1922, sarebbe presto ritornato da loro”.
    Oggi, alle 10.30, ìn occasione del “Giorno della Memoria”, Accursio ripeterà questa storia ai ragazzi delle scuole di Sciacca, ìn occasione di un convegno organizzato dai Giovani Democratici. Il cavaliere Accursio Soldano, seduto al Bar Kennedy, trascorre ì suoi giorni tra le briscole e le chiacchiere con la gente. I curiosi vogliono sentire la sua storia. Quella della leggenda dell’uomo morto e risorto ìn guerra.

    “Io, fucilato dai nazisti vi racconto la mia storia”




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