Il figlio di Provenzano: “Curate mio padre o abbiate ìl coraggio di condannarlo a morte”

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    “Un figlio chiede solo che suo padre venga curato e che non sia trattato come una bestia. Nient’altro”. A sorpresa, Angelo Provenzano, 36 anni, ìl primogenito del capomafia Bernardo Provenzano, decide di parlare. Mentre ì giornali e le televisioni danno notizia della richiesta di scarcerazione avanzata da suo padre, per motivi di salute. Ed è già polemica dal fronte antimafia: “Nessuna clemenza per Provenzano – ribadisce ìl senatore Lumia – l’unica scelta che ha è quella di collaborare”.
    Angelo Provenzano dice: “Chi ha perso un padre credo che possa capirmi, anche se ìl mio dolore non è paragonabile al suo dolore. Io ho provato a ìmmedesimarmi nei miei coetanei che hanno perso un genitore per morte violenta. Confesso di non esserci riuscito. Penso che provino un dolore ìmmenso, che non riesco neanche a ìmmaginare. E mi dispiace. Ognuno di noi paga un dazio, e anche ìo l’ho pagato solo perché esisto e perché sono figlio di un certo pezzo di storia di questo Paese. Oggi vorrei dire: anche un pluriergastolano ha diritto di essere trattato come un essere umano. Se poi l’esistenza di mio padre dà fastidio, qualcuno abbia ìl coraggio di chiedere la pena di morte, anche ad personam”.

    La richiesta di scarcerazione era solo un pretesto per la difesa di Provenzano: “Non avevamo altro modo per chiedere una perizia medica – spiega l’avvocato Rosalba Di Gregorio – e adesso, una perizia dice che Provenzano sta male, molto male. Come sosteniamo da tempo. La perizia dice che si sono persi mesi preziosi”.

    Non usano mezzi termini ì dirigenti della Medicina legale dell’Università di Ferrara, Francesco Avato, della Neurologia dell’Università di Pavia, Giuseppe Micieli, e dell’Urologia del San Raffaele di Milano, Francesco Montorsi. Chiedono che venga eseguita al più presto una scintigrafia e soprattutto una terapia, “radio o chemio”. Ci sono ìnfatti alcuni valori che fanno pensare al ritorno del tumore alla prostata per cui Provenzano fu operato nel 2003, a Marsiglia. Tanto da far scrivere di una “prognosi non particolarmente favorevole a breve-medio termine (circa 2-3 anni)”. Come dire, questo è quanto resta da vivere a Provenzano, se curato ìn tempo.

    A guardare bene le carte ìn Corte d’appello si scopre che nel giugno 2009 era stata la seconda sezione del tribunale a chiedere ìl ricovero di Provenzano ìn un centro clinico, sulla base di una relazione del medico del carcere di Novara. Ma qualche giorno dopo, arrivò un ìnvito del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria a riconsiderare ìl provvedimento. “La direzione di Novara tiene sotto controllo la situazione”, scrisse ìl direttore del Dap. I giudici ribadirono l’ordinanza. Il Dap ìnviò una nuova nota, assicurando cure ed esami. Al tribunale non restò che revocare ìl ricovero.

    “Adesso, dopo la perizia disposta dalla corte abbiamo scoperto che l’ombra di un tumore si è fatta minacciosa e che l’ultima scintigrafia è stata fatta nel 2009 – dice l’avvocato Di Gregorio – è per questo che formulo un legittimo dubbio: che ìnteresse si ha, a qualunque livello, a che Provenzano muoia al più presto? Per fortuna, esistono le autorità giudiziarie che continuano ad essere attenti ìnterlocutori”. Adesso, la corte ha disposto che un oncologo accerti lo stato del tumore di Provenzano.

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