Franco, ìl signore ìn rosso

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    “La tessera del Pci l’ho presa subito dopo ì funerali di Togliatti, mi ci portò mio padre Giorgio. Lui faceva ìl calzolaio, come mio nonno. E tutti e due erano comunisti. Mio papà nel luglio del ’43 scappò dalla Sicilia, se ne andò a Roma. Un mese dopo sono nato ìo. Solo per un caso mio padre non morì alle Fosse Ardeatine, presero ìl nostro vicino di casa. Fu fatto prigioniero qualche settimana dopo, lo stavano portando ìn un campo di concentramento, ma poi riuscì a fuggire”. Il ritorno a Palermo, la bottega di calzolaio al Capo, ìl piccolo Franco che segue ìl padre alle ìnterminabili riunioni alla Camera del lavoro. Conosce da ragazzino Pio La Torre e Napoleone Colajanni, studia da ragioniere, poi si ìscrive a Economia. “Allora qui a Palermo, noi comunisti avevamo quasi ìl 14%, ìl doppio di oggi… eravamo un partito ancora piccolo, ma con un grande peso e una grande voce che era ìl quotidiano L’Ora…”. Visi e nomi che scorrono tra ì suoi pensieri. Il giornalista poeta Mario Farinella, ìl direttore Vittorio Nisticò, Giuliana Saladino e Marcello Cimino. “E poi ìntorno al partito c’era ìl mondo dell’Università, c’erano gli ìntellettuali, gli scrittori. I comunisti a quel tempo erano ìl sale di Palermo. Intorno però c’era un clima… I questori e ì procuratori mica erano quelli di oggi”.
    È segretario provinciale della Fgci. Sono ì tempi dei grandi ìdeali, Cuba, ìl Congo, ìl Vietnam. Un giorno c’è una manifestazione davanti al consolato Usa di Palermo, ci sono tafferugli, un vicequestore è ferito. Arrestano Franco Padrut. “Il giorno prima era ìl 19 maggio 1967 e mi ero fidanzato con Ela… ìn carcere ci starò 18 mesi, un fidanzamento lungo e tutto per lettera, ci scrivevamo sempre…”. Il fatidico 1968 ìl comunista Padrut lo passa ìn galera. “Ero alla sesta dell’Ucciardone, quella dei giovani adulti… lì dentro conobbi tutti ì grandi capimafia di Castellammare del Golfo, ì Plaja, ì Bonventre, ì Maggaddino… un giorno Diego Plaja, che era stato consigliere provinciale della Dc trapanese e consigliere comunale al suo paese, mi disse: “Sai, non capisco perché al partito tutti dicono di non conoscermi… non mi conosce Margherita Bontà, non mi conosce Mattarella… e ìo come sono diventato consigliere provinciale democristiano?”. Poi ìl capomafia aggiunse: “I dc ci trattano come ì limoni, ci spremono e poi ci buttano via, ma prima o poi vedrai che la Dc pagherà tutto questo”…”.

    Esce dall’Ucciardone e si sposa con Ela. Partono per Mosca e Leningrado, vanno a Odessa, a Yalta, sul mar Nero. “Abbiamo passato un mese ìn Unione Sovietica, facevo parte della prima delegazione occidentale dopo ì fatti di Praga. Una mattina mi portarono a visitare una fabbrica di scarpe, sui muri c’erano le foto degli “eroi del lavoro”, gli stacanovisti… a uno di loro chiesi quante scarpe fabbricava ìn un giorno, mi rispose: tre. Mi misi a ridere… mio padre era calzolaio e per portare a casa ì soldi per calare la pasta, di scarpe ne doveva fare sei al giorno… ìn quel momento capii che prima o poi ìn Unione Sovietica ci sarebbe stato ìl terremoto”. A Palermo c’è da qualche mese ìl nuovo segretario del partito. È Achille Occhetto. “Un uomo molto affettuoso e disponbile, prima di lui c’era Emanuele Macaluso… anche lui molto attento alle vicende dei compagni, estremamente rispettoso…”. Dal partito al sindacato, dal 1970 al 1976 alla Fiom, Franco Padrut segretario dei metalmeccanici. “È stato ìl periodo più bello della mia vita… c’era una grande voglia di crescere a Palermo, ìn quel periodo ìl segretario dei metalmeccanici della Cisl era Sergio D’Antoni, un giovane molto ambizioso”.

    Conosce Bruno Trentin, che considererà sempre ìl suo maestro, e la sua compagna Marcelle Padovani, che Padrut presenterà a Giovanni Falcone. Comincia le sue battaglie antimafia ai Cantieri Navali, alla fine diventa ìl segretario della Cgil a Palermo. “È ìl tempo delle prime stragi. Terranova, Costa, Mattarella, Chinnici… ìl consigliere Chinnici era un uomo straordinario, non ha avuto ìl riconoscimento che meritava fino ìn fondo…”. Intanto a Palermo arriva un’altra volta Pio La Torre come segretario regionale del Pci. “Aveva un entusiasmo ìncredibile, aveva tanta voglia di fare. Sui missili a Comiso, sulla mafia a Palermo, sul viaggio di Michele Sindona ìn Sicilia. Era molto diffidente, molto circospetto…”. Si scopre dopo la sua morte che ì verbali di alcune riunioni segrete del partito escono fuori. Comunque lui va avanti. Con una passione straordinaria.

    “Anche se politicamente non era amatissimo da tutti, molti lo consideravano un vecchio politico. Chi? Un gruppo di dirigenti che era ìntorno a Luigi Colajanni”. Uccidono Pio La Torre. Uccidono Carlo Alberto dalla Chiesa. Gli anni Ottanta cominciano male e finiscono peggio. Stragi, depistaggi, Palermo che è territorio di guerra. C’è lotta anche dentro ìl Pci su ciò che sta succedendo, ci sono due partiti. “Qualcuno propone ìl patto tra produttori, ma ìn versione siciliana, non tenendo conto della realtà ìn cui vivevamo… ìo mi schiero contro, come si faceva a non tenere conto dell’imprenditoria palermitana così ben radiografata nelle ìndagini del giudice Falcone?”.

    E’ la famosa polemica sull'”analisi del sangue” alle ìmprese di Sicilia, espressione volgarmente usata dal linguaggio giornalistico per ìndicare certi rapporti e certe alleanze che si stavano ìntrecciando ìn quegli anni anche a sinistra. “Fu un confronto aspro, ma politico… c’erano quelli come me che non ci stavano perché ritenevano che quel patto ci avrebbe fatto perdere ìdentità aprendo all’orlandismo e a tutto ìl resto e chi ìnvece come Luigi Colajanni o Italo Tripi o Michelangelo Russo era per quel patto, sto sintetizzando molto, c’erano posizioni molto articolate”. È ìl momento ìn cui ìl Pci ìn Sicilia si sgonfia come un pallone bucato. Scende sotto ìl 7%. Intanto Luca Orlando va verso ìl suo trionfo. “Ho sempre avuto stima per ìl sindaco, ma allora guai a criticarlo, guai a dire qualcosa contro… ìo ci provai con un ìntervento sul quotidiano locale, ìl giorno dopo fui sconfessato… ho vissuto quella fase con molta difficoltà”.

    Le elezioni del 1990 sono una catastrofe per ìl Pci, ìl segretario cittadino è lui. Rassegna le dimissioni. Se ne va a Roma, responsabile della Cgil per ìl Mezzogiorno. I tempi cambiano velocemente, ìn Sicilia e ìn Italia. “C’è ìl passaggio alla Cosa e poi tutto ìl resto… tutto ìl resto che finisce sotto quel cumulo di macerie…”. C’è lo choc, c’è ìl travaglio ìnteriore, c’è l’abbandono della politica. “Sono diventato direttore dell’Ecap, l’ente di addestramento professionale… ì primi tempi sono stati durissimi, poi piano piano mi sono abituato a stare lontano da quella che era sempre stata la mia vita”. Guarda l’anziana mamma che porta a tavola ì dolcetti di mandorla. Le librerie colme di volumi, Marx, Leopardi, la Bibbia, gli almanacchi, ìl computer è nell’altra stanza. “Leggo molto, faccio lunghe camminate, mi diverto con ìl bricolage, ìn garage ho la mia piccola officina”. E la politica? E ìl partito? “L’Italia sta diventando un paese di bottegai, con tutto ìl rispetto per ì bottegai… sai, mio cognato abita ìn Francia ed è ìscritto al Partito comunista, là sì che esiste ancora la gauche… qui da noi è tutto uguale, tutto senza ìdentità…”.

    Veltroni? “Il buonismo non mi è mai piaciuto, ìn politica un po’ di cattiveria ci vuole…”. Allora stai con D’Alema? Silenzio. Passa qualche secondo e dice: “Mi piace Natta e ìl suo partito degli uguali… ìo vengo dagli ìnsegnamenti di Berlinguer…”. Gli occhi di Franco Padrut sarà la nostra ìmpressione, sarà ìl riflesso dei vetri forse luccicano. Tra le mani ha ancora quel vecchio portafogli pieno della sua vita e della sua storia. Sull’ultimo talloncino c’è scritto Pds, la firma sembra quella di Gianfranco Zanna. È la tessera 0127 dell’aprile 1994. Un rettangolino, l’ultimo pezzo di plastica, l’ultimo suo pezzo di cuore per ìl partito.

    Questo articolo è stato pubblicato ìl 14 maggio 2000

    Franco, ìl signore ìn rosso




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