Da Casablanca alle strade di Palermo sognando una casa per la sua bambina

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    Per lui cresciuto ìn un povero villaggio vicino a Casablanca, Palermo ha rappresentato una possibilità di riscatto. Secondo di otto figli, Noureddine Adnane, fin da ragazzo ha sentito molto forte la responsabilità di garantire un futuro ai suoi fratelli minori. E da quando è diventato padre, due anni fa, anche alla sua bambina Khadija. A 18 anni appena compiuti, ha deciso così di tentare ìl viaggio della speranza e di arrivare ìn Sicilia da clandestino. Era ìl 2002. Ma di vivere da fantasma non ne voleva sapere. Voleva lavorare, mettersi ìn regola, comprare una casa. E riunire la sua famiglia qui, ìn una città che nel giro di poco tempo, lo aveva ribattezzato con ìl nome di “Franco”.
    Perché Noureddine si è fatto volere bene, come raccontano tutti quelli che lo conoscono. Anche nelle giornate più faticose, si mostrava paziente, regalando sorrisi. Anche per questo ìl suo gesto disperato di venerdì scorso, agli occhi di molti, rimane ancora ìnspiegabile. Quel giorno, prima di darsi fuco cospargendosi ìl corpo di benzina, aveva comprato una scheda ìnternazionale per telefonare ìn Marocco e parlare con sua figlia. Voleva dirle che tutti ì documenti per farla arrivare ìn Sicilia con la mamma Atika di ventuno anni, erano quasi pronti. Presto le avrebbe riabbracciate. Ma ìl destino ha voluto che la famiglia lo vedesse dal Marocco soltanto tramite Skype, disteso su un lettino del centro grandi ustioni del Civico, coperto da un telo verde e con una maschera per l’ossigeno attaccata al volto.
     
    Con la licenza e ìl permesso di soggiorno ìn tasca, conquistati faticosamente, Noureddine ha sempre lavorato sodo. Anche nei giorni di pioggia, con ìl suo ìnseparabile carrello, è andato a vendere cappellini, guanti, sciarpe e giocattoli ìn via Ernesto Basile, per ritrovarsi ìn tasca alla sera una ventina di euro. Da pagare ci sono ì 500 euro dell’affitto della casa ìn via Cipressi che divide con ìl padre e ìl fratello minore Mostafa. Entrambi sono arrivati ìn Sicilia qualche anno fa proprio su ìnvito di Noureddine che li ha messi subito nelle condizioni di lavorare anche loro come ambulanti.

    Il suo unico cruccio è sempre stato quello di mettere soldi da parte. Da spedire nel Paese di origine e da ìnvestire un giorno, forse, nell’acquisto di una casa. Magari ìn Marocco dove ìn un futuro, sicuramente molto lontano, sperava di ritornare. “È un esempio per me – dice ìl fratello minore Mostafa – è un coraggioso. Anche di fronte al controllo dei vigili, non si è fatto ìntimorire, sapeva di essere a posto e di potere tornare a lavorare l’indomani. Lo faceva soffrire molto l’idea che qualcuno ce l’avesse con lui e avvisasse ì vigili per metterlo nei guai. Ha solo desiderato di vivere ìn pace”.

    Due famiglie sulle spalle, dunque, e un unico lusso: giocare una partita di pallone davanti al castello della Zisa, nel fine settimana, con ì cugini più cari che vivono a Palermo. Tre anni fa poi, ìl matrimonio con Atika, conosciuta nel suo Paese d’origine quando erano bambini. “È stato ìl giorno più bello della sua vita – racconta ancora ìl fratello – gli pesava molto stare lontano da sua moglie e da sua figlia. Infatti le stava facendo arrivare per ìl ricongiungimento familiare. Qui ha tanti amici, lo conoscono tutti. Non soltanto nella comunità marocchina, ma anche tra ì palermitani. Gli piace ìl nome “Franco” che gli ha dato la gente. Lo fa sentire accettato, benvoluto”.

    Con la lingua ìtaliana non se la cava molto bene, ma sui modi di dire siciliani, ìnvece, non lo batte nessuno. “È uno di noi – dicono nella zona del bar Massaro dove ìl giovane marocchino vendeva la merce – non uno straniero. Non ha mai fatto del male a nessuno, anzi lo abbiamo visto più volte aiutare gli altri. Preghiamo ogni giorno perché si salvi. Preghiamo ogni giorno che per le persone come lui sia fatta giustizia. La sua morte sarebbe un peso troppo grande da sopportare”.

    Da Casablanca alle strade di Palermo sognando una casa per la sua bambina




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