Blitz contro la cosca di Belmonte: 2 fermi e 2 arresti (vd)

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Blitz contro la cosca di Belmonte: 2 fermi e 2 arresti (vd)
Blitz contro la cosca di Belmonte: 2 fermi e 2 arresti (vd)

Due
fermi e due arresti sono stati eseguiti nell’ambito di un’operazione dei
carabinieri contro il clan mafioso di Belmonte Mezzagno, nel palermitano.

Tra
i fermati c’è anche il presunto nuovo capo della famiglia mafiosa. La Direzione
distrettuale antimafia di Palermo ha emesso un fermo di indiziato di delitto
nei confronti di due persone ritenute responsabili di associazione mafiosa, che
i carabinieri del Comando provinciale di Palermo hanno arrestato nel corso
della notte.

In
manette sono finiti Salvatore Francesco Tumminia e l’imprenditore Giuseppe
Benigno. Tumminia, da poco tornato in libertà dopo essere stato condannato per
associazione mafiosa a seguito dell’operazione Perseo del 16 dicembre 2008,
indicato dagli investigatori come il nuovo capo del mandamento, avrebbe preso
il posto di Salvatore Sciarabba e Filippo Bisconti, entrambi arrestati nel
dicembre 2018. Secondo gli inquirenti, Tumminia avrebbe assunto il controllo
della cosca, gestendo il settore delle estorsioni.  

Le
indagini documentano gli assetti e le dinamiche criminali della famiglia
mafiosa di Belmonte Mezzagno all’indomani dell’Operazione Cupola 2.0 (4
dicembre 2018), a seguito della quale erano stati arrestati, tra gli altri, gli
uomini d’onore al vertice del mandamento mafioso di Misilmeri – Belmonte
Mezzagno.

Immediatamente
dopo l’operazione, a Belmonte Mezzagno, venivano registrate fibrillazioni che,
nel corso del 2019, sfociavano in gravi fatti di sangue:  il 10.1.2019, Vincenzo Greco, pregiudicato,
cadeva vittima di un agguato in tipico stile mafioso mentre rincasava dal
lavoro nei campi; l’08.05.2019, il commercialista Antonio Di Liberto, poco dopo
essere uscito di casa a bordo della propria autovettura, veniva freddato da una
scarica di proiettili; il 02.12.2019, due sicari, a bordo di uno scooter e
travisati da caschi integrali, noncuranti della presenza di numerosissimi
passanti, approfittando del traffico in una via del centro cittadino, che
faceva rallentare l’auto condotta da Giuseppe Benigno, esplodevano contro di
questi ben 9 colpi d’arma da fuoco e poi si davano a precipitosa fuga facendo
perdere le loro tracce. Per un caso fortuito, solamente due proiettili
colpivano la spalla sinistra dell’imprenditore, il quale, nonostante le ferite,
riusciva a guidare la propria auto fino a raggiungere il pronto soccorso
dell’Ospedale Civico di Palermo.

E’
evidente che l’arresto e la successiva decisione di collaborare con la
giustizia di Filippo Bisconti, all’epoca capo del mandamento, avessero
provocato delle forti ripercussioni.

Le
attività di indagine, che erano state focalizzate sul territorio belmontese già
all’indomani dell’omicidio di Vincenzo Greco, hanno consentito, in tempi brevi,
di ricostruire parte dell’organigramma della famiglia mafiosa di Belmonte
Mezzagno individuando l’uomo che ne aveva assunto il vertice: Salvatore
Francesco Tumminia, da poco tornato in libertà dopo essere stato condannato per
associazione mafiosa a seguito dell’operazione Perseo (16 dicembre 2008).

Le
investigazioni hanno fatto emergere come Salvatore Francesco Tumminia avesse
accentrato il potere nelle proprie mani gestendo il settore delle estorsioni,
infiltrandosi nelle istituzioni sane della città e ponendosi quale punto di
riferimento per i propri sodali e per i propri concittadini per la risoluzione
delle problematiche più svariate.

Alcuni
esempi dell’attivismo in tal senso da parte di Tumminia sono: la richiesta,
formulata da un avvocato penalista al capo famiglia, di intervenire per fargli
riscuotere un credito che da anni vantava nei riguardi di uno dei suoi
assistiti; la gestione di una controversia sorta tra alcuni sodali a seguito di
una richiesta estorsiva formulata nei riguardi di un artigiano, fratello di uno
degli uomini d’onore belmontesi. Le intercettazioni facevano emergere le
lamentele dell’artigiano che, dopo aver raccontato al fratello di aver ricevuto
un pizzino contenente la pretesa estorsiva e le connesse minacce di morte e del
coinvolgimento in tale vicenda di Stefano Casella e Antonino Tumminia (entrambi
destinatari della una misura cautelare in carcere), si rivolgeva al capo
famiglia affinché intervenisse per evitargli il pagamento del “pizzo”; il
condizionamento del locale distaccamento del corpo forestale della regione
siciliana da parte del capo del sodalizio mafioso belmontese, il quale
disponeva autonomamente i turni degli operai stagionali e organizzava a
piacimento le squadre di lavoro, favorendo i dipendenti a lui vicini.
L’ingerenza era tale che nel paese si era diffusa la convinzione che l’unico
modo per ottenere un contratto stagionale fosse quello di parlarne direttamente
con Tumminia, il quale si faceva vanto delle minacce fatte nei confronti dei
dirigenti dell’ufficio locale non collaborativi.

Fra
i soggetti raggiunti dai provvedimenti restrittivi vi è anche Giuseppe Benigno il
quale, nei giorni successivi al plateale tentativo di omicidio in suo danno, si
era dato alla fuga trovando rifugio presso alcuni parenti a Piubega, comune in provincia
di Mantova, dove è stato rintracciato dai militari e arrestato. Le indagini
hanno documentato come Benigno fosse un soggetto intraneo alla famiglia mafiosa
di Belmonte Mezzagno che operava in contatto con i vertici del mandamento e
della famiglia mafiosa facente capo a Salvatore Francesco Tumminia (e, prima
dell’operazione Cupola 2.0, con Filippo Bisconti) agevolando la commissione dei
reati fine dell’associazione quali le estorsioni, coadiuvando i sodali nel
controllo del territorio, agevolando i contatti e gli incontri con gli
appartenenti alle varie famiglie mafiose, nonché inserendosi nella risoluzione
delle problematiche interne all’associazione.

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